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Quando Odi il Tuo Lavoro, il Tuo Capo e il Tuo Stipendio

Quello che ho capito e mi dispiace se sembra uno slogan è che per quanti problemi tu pensi di avere sul lavoro, con il tuo capo e con il tuo stipendio, esiste solo un’unica spiazzante verità.

Proprio ieri stavo guardando un video, quelli che girano su Facebook, condiviso mi sembra da Prince EA che normalmente seguo con piacere selezionando le risorse non appena appaiono sulla mia bacheca.
Ciò che mi ha colpito in questo video, e che mi ha fatto soffermare, è stata una voce fuori campo che parlava del senso della vita, riferendosi a una linea del tempo.

Mentre lo guardavo, pensavo a quante persone saranno raggiunte da quel messaggio e riflettevo sull’impatto che certe idee, abbastanza americane, hanno sul nostro immaginario. Mi riferisco principalmente a tutti coloro che si sentono infelici sul lavoro, che avvertono un qualsiasi tipo di stress da lavoro correlato e che pensano che il problema della loro vita sia nella mansione, nel capo, nel collega e in tutto quello che gravita intorno al lavoro.
Chi di noi non ha mai desiderato cambiare lavoro, cambiare struttura o essere sollevato da quell’attività che proprio detesta?
Tutti almeno una volta hanno avuto questo desiderio.
Quindi potenzialmente quel messaggio arriva a tutti e seppure bello, intrigante e ispirante, è pieno zeppo di illusioni.

Dategli un’occhiata comunque, perché non mai vorrei che vi fidaste ciecamente di me e della mia opinione.

Comunque, questo video più o meno contiene questo messaggio:

[VOCE FUORI CAMPO] Questa è una linea del tempo in cui è disegnata la nostra vita, ogni segmento compone una decade e mediamente la nostra aspettativa di vita è intorno agli ottant’anni, anno più, anno meno.
Nasciamo, siamo bambini, ci divertiamo, andiamo a scuola. Poi sui vent’anni (che detta così a noi italiani fa un po’ ridere) inizia la nostra fase produttiva, ovvero iniziamo a lavorare e ne usciamo, se tutto va bene, intorno ai 65.
Gran parte della nostra vita, quindi, la passiamo a lavorare ed è un periodo molto lungo.
Il messaggio quindi è: dato che passiamo molto tempo a lavorare, è molto importante fare qualcosa che si ami perché quel tempo non ce lo rende più nessuno. Lavorare per pagare le spese, per aspettare le ferie o per arrivare a venerdì non è cosa buona. Quindi vivete questo tempo facendo cose che hanno un senso per voi, che siano speciali e ispiranti.

Messaggio giusto e sensato, ma fondamentalmente cieco nel punto in cui invita le persone a mettersi a sfidare le proprie circostanze e a fare qualcosa di motivante perché solo così si vive una vita di significato.
Che tra l’altro, non c’è niente di male nel cambiare lavoro o desiderare qualcosa di meglio. Finché l’insofferenza trasforma il desiderio in un miraggio che annebbia la vista.

Perché 1. Chi crea l’insofferenza? e 2. Chi si tormenta con il desiderio?

Noi naturalmente. Anche se pensiamo che siano le condizioni a creare la nostra sofferenza, siamo noi che quotidianamente ci infliggiamo la nostra dose di acidità.

Ecco allora, se partiamo dal presupposto che la realtà è un’esperienza interiore che sentiamo come vera, oggettiva e misurabile, mi verrebbe da dire che qualsiasi lavoro potrebbe sembrarci il paradiso o un inferno. Al di là della mansione, del ruolo o del boss.
Conosco persone che hanno trovato interessante lavorare in un call centre senza la sosta pipì, tanto quanto lavorare con i bambini in un asilo nido. Cosa dovrei pensare quindi che queste persone si accontentano e basta?
Oppure possiamo osare nel dire che il senso di curiosità, felicità e impegno è indipendente dal contesto?

Io a tal proposito ho una teoria, che ho chiamato momentaneamente la teoria dei livelli che non è per niente un nome bello né scientifico, però spero che renda l’idea.

La Teoria dei Livelli

Partiamo dall’illustrare la storia di un ragazzo appena uscito da scuola: parzialmente squattrinato che si affaccia per la prima volta sul mondo lavoro con nessuna aspettativa. La sola speranza è trovare qualcosa inerente agli studi o che possa piacergli. L’importante è comunque guadagnare quel che basta.
Di fatto, questo studente vive con una paghetta passata dai genitori di media fascia economica.
Vediamo per prima cosa l’ipotesi più ottimistica: dopo qualche mese questo ragazzo trova un posto di lavoro che gli piace. Non è perfetto dal punto di vista della continuità scolastica, ma va beh pazienza. Lavora, impara e lo trattano bene. Arriva il primo stipendio e il conto in banca, che magari è stato aperto per l’occasione, trionfa. Si passa da un livello di quasi niente a abbastanza. Ed è gioia. Con i primi stipendi questo ragazzo si toglie qualche bella soddisfazione. Pian piano e in maniera impercettibile il livello economico di vita aumenta. Dopo un anno, ma forse meno, quello stipendio, che i primi tempi sembrava altissimo, inizia a diventare normale.
Passa il tempo e quello stesso ragazzo, che nel frattempo è cresciuto, vorrebbe cambiare mansione e fare carriera perché il livello in cui è non è più abbastanza. Si sforza, persegue l’obiettivo e dopo molto lavorare l’ottiene. Ma che grande gioia! I suoi sforzi sono ripagati e adesso oltre che avere maggiori responsabilità, ha uno stipendio che gli corrisponde di più e che è davvero molto più importante. Il conto in banca gioisce ancora e il livello di vita impercettibilmente cresce. Magari si fanno dei passi importanti: si acquista una casa, una macchina o quel che serve per vivere con più agio.
Dopo non molto tempo, il nostro amico si ritrova al punto di prima: ha maggiori entrate ma, avendo maggiori esigenze, la sensazione di base ( il sentirsi in affanno, precisi o in abbondanza) rimane la stessa.

Qual’è il punto

Il punto di partenza è sempre la sensazione di miseria o abbondanza che cresce dentro di te.
Il punto di partenza è sempre la sensazione di essere in paradiso anche se non si fa proprio quello che si ama fare.
Il punto di partenza è limare gli spigoli e conservare il proprio buon umore anche se qualche collega è psichiatrico.
Il punto di partenza è vedere che non è tanto cosa fai, dove sei o con chi sei, ma piuttosto con che spirito frequenti il mondo.

Non pensare che così dicendo squalifichi i cambiamenti ritenendoli inutili.
Cambiare lavoro se si aspira ad altro può essere una possibilità interessante, ma non è attraverso di esso che migliorerà la qualità della tua esperienza.

Quindi potresti anche raccogliere l’invito del nostro amico del video e andare a fare quello che davvero ha senso per te e che ami. Ma sai una cosa? Sono certa che se sei disposto ad amare, troveresti quello cerchi anche in mezzo alla rovina e alla miseria.
Allo stesso tempo, se hai l’inclinazione a lamentarti, trovare il negativo, sentirti minacciato, avrai lo stesso atteggiamento qualsiasi condizione ideale ti troverai ad affrontare. Anche la più figa.

So, take your time per riflettere su quanto sto dicendo e sulla mia teoria dei livelli. So che avrai la tua esperienza e se ti fa piacere puoi condividerla qua sotto o scrivendomi una mail a simona@rendilopossibile.it.

Nel frattempo fatti un giro nella prossima esperienza che faremo insieme e segnati, che prima di Natale è in offerta.

Good Luck,
Simona

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