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Perché andare a vedere Marina Abramovic a Firenze

Un paio di settimane fa sono andata a vedere la mostra di Marina Abramovic a Palazzo Strozzi a Firenze e lì per lì mi ha fatto lo stesso effetto che Gardaland fa a un bambino di sei anni: pura eccitazione.

Per chi di voi ancora non è stato a vedere la mostra dell’Abramovic a Firenze o non sa neanche di chi stiamo parlando, raccomando il video diventato virale della sua super famosa performance The artis is present realizzata al Moma di New York nel 2010.
Sono certa che se siete stati mediamente sui social negli ultimi anni, questo video lo avrete sicuramente visto.
Comunque, sappiate che la mostra a Palazzo Strozzi è veramente ben fatta: piccola ma suggestiva. Dato che L’Abramovic ha realizzato nella sua vita quasi tutte performance e pochissimi oggetti, i curatori sono stati particolarmente vispi da mettere in mostra alcune performance in carne ed ossa. Ed è questa fondamentalmente la cosa che più mi ha colpito. Vedere alcune persone, artisti credo, che hanno dato vita di nuovo al lavoro dell’Abramovic e anche a quello di Ulay, suo discutissimo partner.
E di nuovo, dopo la Vasconselos di quest’estate, raccontata nel mio post sui Paesi Baschi, mi sono sentita completamente rapita dall’arte. Forse sto invecchiando ma non mi era mai capitato di venire così risucchiata da un’opera fino a sentire dentro di me una commozione così profonda da vederne il senso in un panorama più grande rispetto al mio piccolo mondo.
E’ come se tutto avesse preso una tridimensionalità che fino ad ora non avevo mai notato.

Per capire meglio chi è Marina Abramovic e sviluppare un’idea che andasse oltre il “wow ma è stupendo!” mi sono letta la sua biografia “attraversare i muri” scritto grazie al contributo di James Kaplan.
Come per le sue opere, anche la storia della sua vita mi ha catturata e mi ha fatto riflettere su un gran numero di cose.

La prima cosa che ho amato di Marina Abramovic è la sua innocenza. Non so se sia veramente così oppure nella vita vera sia una donna maligna nella terza età, so solo che ho colto una certa purezza di pensiero nelle sue opere e anche in alcuni parti dei racconti della sua vita.
Lei dice che all’inizio della vita ognuno di noi non sa nulla ma è innocenza pura; non ha niente da temere, niente da inseguire e non sa cosa è giusto cosa è sbagliato.
Ecco, in qualche modo io credo che per lei questa forma di innocenza e di esplorazione dell’ignoto sia stato un qualcosa che ha inseguito sempre nel suo percorso di artista. Ed è qualcosa che per me ha un grande senso.
Tornare sempre alla propria purezza originaria è ciò che ho realizzato mentre guardavo il video della sua performance alla biennale di Venezia che le è valso il leone d’oro.

La seconda cosa che ho amato di Marina Abramovic è la sua forza, intesa come la volontà a percorrere la strada che si è scelto fino alla fine.
Questa ragazzi è una cosa che mi ha colpito tantissimo perché credo che sia così fuori moda da apparire davvero figlia di un’altra epoca.
Se Marina Abramovic dice che rimarrà dodici giorni su una piattaforma in un museo nuda, senza cibo e in mostra, lo farà fino alla fine. Laddove molti si sono tirati indietro, vedi per esempio Ulay, durante la performance del 1977, “Expansion in space”, lei va avanti.
Nella biografia compare più volte il tema del dolore fisico e dello strazio emotivo e ogni volta che ne parla dice sempre che ci sono dei momenti in cui tanto è il dolore che sente durante una performance che se continua a resistere smette da solo e si apre dentro di lei un mondo estremamente più ampio. Tipo una visione a 365° o la consapevolezza di chi entra nella stanza mentre è ferma di schiena.

La terza cosa che ho amato di Marina Ambramovic è la sua umanità.
E’ interessante sapere che ha avuto due lunghe relazioni d’amore in cui ha amato in maniera esclusiva e da cui ne è uscita lasciata, tradita e forse nel caso di Ulay anche defraudata. Mi piace sapere che ha lavorato con Lady Gaga e con i monaci Tibetani che l’hanno fatta impazzire durante gli spettacoli teatrali.
Mi piace sapere che ha vissuto in un furgone citroen vecchio e senza riscaldamento sull’orlo della povertà e che si sia vestita dopo qualche anno di Givenchy.
Non che mi freghi particolarmente della sua vita economica o amorosa ma credo che la grandezza di una persona si dimostri nel sentirsi a suo agio in qualsiasi contesto e con qualsiasi persona.
Anche nel caso in cui le togliessero tutti i privilegi della sua condizione, lei riemergerebbe come una fenice dalle ceneri.

Non sono un critico d’arte e quindi, non so come il lavoro di Marina Abramovic sia veramente visto all’interno di quel mondo. Magari ci sono artisti più acuti e altri più cool ma ciò che posso dirvi è che sono rimasta veramente impressionata dalla mostra a Palazzo Strozzi e con tutta probabilità ritornerò solo per eseguire o vedere con attenzione maggiore tutte le performance presenti.
Gli addetti ai lavori dicono che per vedere tutta la mostra serve un’ora e trenta, io per questioni di tempo ci sono stata dentro solo due ore, ma ne sono uscita a malincuore.
Quindi Keep calm e portatevi una bottiglietta d’acqua che non si sa mai.

Ci si vede lì con chi c’è.

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