Stories

Una nuova prospettiva per cambiare vita

Inizia da qui la storia di come una nuova prospettiva mi ha permesso di cambiare la mia vita. Saranno diverse puntate, dove cercherò di essere vera, onesta, essenziale. Mi sforzerò di mostrarvi la mia prospettiva e il mio percorso, non perché desidero che qualcuno di voi lettori lo imiti, ma per invitarvi a guardare a ciò che accade nella vostra vita da una nuova prospettiva. 

Il fulmine prezioso

 

Finalmente ero al sicuro, lo avevo compreso, finalmente ero a casa.

Quella nuova certezza, le cui radici raggiungevano il cuore della terra, mi aveva attraversato il petto in pochi istanti liberandomi dalle angosce represse che da anni mi soffocavano.

Nulla avrebbe mai potuto nuocermi. Nulla di quello che sarebbe accaduto intorno a me avrebbe mai potuto abbattermi.

È difficile raccontare cos’abbia visto o sentito quel pomeriggio, le parole fanno parte del mondo delle forme, mentre quel fulmine di consapevolezza è arrivato dal mondo del senza forma, dove pensieri e parole non sono ancora nati.

A lungo ho vissuto senza vivere: lavoro, casa, lavoro, casa, emicrania nel fine settimana, e di nuovo lavoro. Il ritmo veniva interrotto solo quando sostituivo la casa con l’albergo per una trasferta di lavoro.

La colpa delle emicranie era della cervicale, la colpa della stanchezza era della sveglia, la colpa dei miei silenzi era delle troppe parole altrui, la colpa della mia mancanza di desiderio era di mio marito, la colpa della mia solitudine era degli amici, la colpa della mia insoddisfazione era della società e io ero la vittima.

Mi illudevo di amare il mio lavoro senza accorgermi che in realtà avevo smesso di respirare la vita; avevo smesso di leggere, non facevo movimento fisico, non mi andava né di cucinare né di mangiare; ogni sera mi addormentavo davanti al caminetto acceso osservando la legna consumarsi rapidamente tra le fiamme e al mio risveglio non restava altro che la cenere fredda da raccogliere in un vaso e spargere ai piedi del salice prima di andare al lavoro.

L’auto, durante il tragitto verso il lavoro, era il mio camerino prima dello spettacolo quotidiano: ascoltavo regolarmente una musica ritmata che avrebbe dovuto darmi la carica, mentre immaginavo la mia marcia decisa lungo i corridoi dell’azienda; i motivatori la chiamano àncora. Purtroppo, il suo effetto si esauriva spesso pochi minuti dopo aver timbrato il cartellino.

La sera, spente le luci dell’ufficio, nell’auto che mi riportava a casa non c’era più la manager ritmata del mattino, ma solo una triste donna disperata.

Nei giorni in cui la pressione era stata troppo forte, due chilometri prima di arrivare a casa, accostavo l’auto sul ciglio della strada e implorante, gridavo rabbiosamente all’oscurità. BASTA!

 

***

 

Carpi, 20 maggio 2012 ore 4 del mattino: la scossa, lo scricchiolio dell’armadio, il sussulto del letto, il fragore dei mobili che si staccano dalle pareti, vetri rotti, un muro crollato.

Venti secondi infiniti di distruzione.

Nei mesi successivi al terremoto il lavoro passò in secondo piano, le cose semplici della vita quotidiana come cucinare, lavarsi, andare a dormire, erano diventate all’improvviso difficilissime e pretendevano la mia massima attenzione.

Eravamo in 15 tra amici e parenti accampati in tende di fortuna nel nostro giardino, mentre la terra continuava a tremare.

Il telone della serra copriva la sgangherata fila di tavoli e sedie recuperati alla spicciolata. Il frigorifero della cucina era stato portato sotto il gazebo; avevamo recuperato un fornello da campeggio appoggiato su due cavalletti di legno e l’unica fontanella del giardino si trasformava all’occorrenza in secchiaio per i piatti o lavandino per la toilette di tutti noi. Una valigia nel bagagliaio dell’auto era il nostro guardaroba e un tubo appeso ad un albero con una vecchia tenda intorno fungeva da doccia; nessuno si sentiva sicuro con un tetto di mattoni sulla testa, le scosse continuavano a susseguirsi e il terreno ribolliva senza sosta.

Al mattino si usciva dalle tende alla spicciolata, una sciacquata alla faccia, e in ordine sparso si andava al lavoro col cuore teso, i nervi arruffati e i capelli pettinati dal vento.

Eppure, le sere di primavera attorno a quel tavolo, in compagnia di persone quasi sconosciute, con le quali mi ritrovavo a convivere, sono stati momenti di grande ricchezza, mi hanno permesso di guardare alla vita da una prospettiva nuova, senza orpelli e più concreta. Il contatto con la natura mi ha aiutato a riprendere parzialmente il contatto con me stessa.

La semplicità di quell’esistenza forzatamente bucolica ed essenziale mi aveva permesso di rallentare il flusso di pensieri e di iniziare a ripulire quel fiume tumultuoso dai troppi detriti ingombranti accumulati negli anni. Mio marito era tornato ad essere l’uomo meraviglioso che avevo sposato e avevo scoperto quanto fosse bello e semplice affrontare la vita insieme a lui, anche nelle situazioni difficili.

Nei brevi fine settimana in cui non c’era altro da fare che dare aria a tende e materassi e cucinare insieme per distrarci un po’, in attesa che lo sciame sismico si quietasse, avevo ripreso a leggere e a curare il giardino.

Stavo ricominciando a sentire le mie emozioni, ad ascoltare i miei desideri; la nebbia nella mia coscienza si stava diradando e vedevo la possibilità di un nuovo inizio.

Non mi era chiara la direzione in cui andare per ricominciare, ma nonostante tutto, pochi mesi più tardi consegnavo la lettera di dimissioni al mio capo. Sapevo che era un azzardo, ma non ero in grado di rimettere in carreggiata la mia vita continuando a rimanere immersa in quelle sabbie mobili, ogni tentativo di uscirne mi avrebbe portato sempre più a fondo e l’unica soluzione che vedevo era un taglio netto.

Fu facile, perché la vita passata e le agiatezze di un lavoro sicuro con uno stipendio invidiabile non mi interessavano più, nessuna proposta avrebbe potuto farmi cambiare idea ed ero stata così efficace nel trasmettere questo sentimento che in azienda non fecero alcun tentativo per trattenermi, avevo già tagliato le vecchie corde logore che mi imprigionavano.

 

Trascorsero ancora sei mesi prima di potermi finalmente riappropriare del mio tempo.

 

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Photo by Bud Helisson on Unsplash

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